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    25 July

    - E vengo a cercarti in un sogno amaranto -

     
    Questo cuore
    Sparpagliato 
    per il mondo se ne va
    Questo cuore
    Disperato
    E’ delicato 
     

     

    Che cosa fai
    Nel cuore mio...
    Tra il Nulla e l’Addio
     
     

     
    Solo perchè ho rivisto lui domenica a mare
    e come al solito mi è venuta una stretta allo stomaco.
    |Stiamo crescendo l'una lontana dall'altro|
     
     
    08 July

    Seduto in riva al ƒºssº

     
    Il corridoio è vuoto, pulito, illuminato.
    C'è silenzio intorno a lui, un silenzio che lo sconvolge. Ad interrompere il corso dei suoi pensieri è un cellulare che squilla. Controlla, ma non è il suo.
    Improvvisamente le ruote di un carrellino carico si muovono da una stanza all'altra.
    Da una camera lontana una vecchia donna tossisce gravemente. Poi ripiomba il silenzio, un silenzio ovattatto che il minimo rumore contribuisce ad ispessire.
    La pagina di un libro viene voltata.
    C'è profumo di inchiostro su cui prevale uno più acre, probabilmente di ammoniaca che si sparge nella stanza da un quarto d'ora circa. 
    Quindici lunghissimi, estenuanti minuti.
    Eccolo lì, Marco.
    Seduto in quel corridoio. Legge e non riesce a capire quelle parole.
    Chiude il libro, si alza.
    Fa un mezzo giro su se stesso e si dirige alla finestra. Proprio quella più vicina.
    E' al piano più alto dell'ospedale. Reparto chirurgia.
    Fuori la piazza del paese è sempre in movimento: piccoli bimbi che sporcano i loro pantaloncini col gelato, ragazze che chiaccherano fitto fitto sedute in una panchina, ragazzi che si sfidano a calcio, anziani seduti al tavolo del bar del centro intenti a leggere un quotidiano, giovani e vecchie coppie che passeggiano tra le fontane della piazza. Le prime intente a sbaciucchiarsi e a immaginarsi i figli che sono in arrivo e le seconde alternano brevi litigate ad occhiate furiose.
    Fuori è tutto normale, tutto come al solito.
    Fuori non sanno ancora che Marco è seduto lì, in quel vecchio ospedale, intento a spiarli.
    Rassegnato, si siede e legge ancora qualche pagina di quel libro ormai logorato dagli anni e dai sospiri gettatigli sopra.
    Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry
    Lo adora. E' il suo primo libro, quello che lesse a 6 anni.
    Quello che lo avvicinò alla letteratura. L'ultimo regalo di sua madre.
    Con un gesto della mano, sembra che Marco scacci i suoi pensieri. No, a lei non doveva pensarci. Adesso era in ospedale per lui, il padre.
    Era l'unica persona che gli rimaneva al mondo e di certo non avrebbe perso tempo a pensare a colei che li lasciò soli scappando via nella notte.
    Nessuna notizia da allora. Era esattamente il 16 luglio 1990. La notte del suo sesto compleanno.
    Sono passati 17 anni dalla sua "scomparsa" e lui di certo non ha più voglia di incontrarla. Ormai non più.
    Non gli interessa incontrare la donna che gli ha trasmesso la passione per la scultura, la letteratura e la musica; la donna che gli ha donato un paio di occhi blu intensi.
    Adesso non gli interessa più incontrarla.
    Ed è con una lacrima asciugata velocemente che riconosce di stare mentendo a se stesso.
    Ha la testa in fiamme, il cuore in sobbalzo e le gambe non reggono il suo peso. Neanche da seduto.
    Massaggia le tempie e nota i calzini: uno nero e uno blu scuro.
    Lui, che ha sempre così tanta cura nel vestirsi, stavolta è uscito di casa talmente di corsa da non badare a cosa indossasse.
    Un paio di Lee scuri, Converse nere ai piedi, maglietta amaranto Nike, occhialoni chiari.
    Maledettamente bello, anche così. Vestito senza criterio.
    Lui, con un bel fisico che non richiede l'aiuto della palestra, è tanto alto quanto spaventato.
    Durante la notte il padre aveva avuto un infarto, ma questo lui ancora non lo sa. Marco non sa che il giorno prima i datori di lavoro del padre avevano deciso di licenziarlo, questo proprio non lo sapeva. E non sapeva neanche che a poche ore dal licenziamento il padre aveva ricevuto una lettera dall'unica donna della sua vita che gli raccontava dei suoi "ultimi" quindici anni. Aveva deciso di ristabilire un contatto e per farlo aveva iniziato a scrivergli della nuova famiglia, del nuovo lavoro, della nuova città. Marco non ne sapeva nulla. E come poteva? Il suo povero padre si era subito sentito beffato da quella donna che aveva tanto amato prima e odiato in seguito. Egli aveva cresciuto Marco da solo, con il povero stipendio e qualche lavoro in nero ogni tanto, mentre lei era intenta a fare la vita da naif.
     
    Marco non sa ancora nulla di tutto ciò, si ritrova solo in quel corridoio vuoto e senza vita. Quel corridoio talmente lungo da sembrargli infinito.
    Ha 23 anni e sa che non è ancora tempo di perdere il padre. Sa che a 23 anni si ha il bisogno di avere un punto di riferimento. Sa che ha 23 anni, ma in questo momento ne dimostra solo 5. Piange adesso.
    E fa una cosa che non fa da tanto tempo ormai: si mette in ginocchio e prega.
    Chiede a Qualcuno Lassù di lasciarli il padre intatto. Chiede la grazia e promette tanto. Di tutto. Promette di fare il bravo, più di quanto non lo sia già. Promette di lavorare nonostante il suo impegno nello studio di Architettura. Promette di fare volontariato, di far smettere al padre di fumare. Di sistemarsi, trovare una ragazza piuttosto che portarne sempre nuove nel suo letto. Promette di non comprare più grandi marche, di mettere i soldi da parte per comprarsi una casa. Promette di sistemare finalmente la Vespa del padre, glielo aveva promesso da tempo ormai. E sa che il padre si merita questo ed altro.
    Promette e prega. Piange e incomincia a innervosirsi.
    Si siede, ha male alle ginocchia.
    Squilla il cellulare: Lisa. Lo spegne senza neanche riuscire a ricordarsi chi sia questa Lisa. La rossa del bar dell'altro ieri? La bionda disco-girl di qualche notte fa?
    Non ricorda. Non gli importa.
    Passa un'ora e Marco comincia ad irrigidirsi sulla sedia. E' nervoso e non riesce a calmarsi. Pensa a qualcosa da fare per distrarsi e l'unica cosa che gli viene in mente è il volto di sua madre. Cavoli, l'aveva dimenticato col passare degli anni. Lentamente aveva dimenticato le curve del suo corpo, il suo profumo sensuale e casto allo stesso tempo. Il suo sorriso di bambina, il modo incerto di camminare. Con gli anni aveva volontariamente scordato questi particolari.
    Eppure adesso la avverte lì dentro, con lui. La sente vicina, come se stesse poggiando una mano sulla sua spalla per lenire il dolore.
    Marco si alza di scatto da quella sedia ormai calda. Ha bisogno di fumare. Strano questo istinto per uno come lui, che fino ad allora non aveva mai fumato. Neanche uno spinello da ragazzino. Comincia a cercare la porta dell'ascensore che possa portarlo lontano, fuori da quel silenzio che rimbomba nella sua mente. E' un trambusto insopportabile e preferisce farne a meno ma come un forsennato si gira intorno senza uscire da quel candore putrido.
    In preda alla rabbia dà un pugno al muro più vicino. Si risiede e decide di prendere un bel respiro per calmarsi ma tutto quello che ne guadagna è un pianto e qualche singhiozzo. Improvvisamente una donna con un camice spiegazzato esce da una porta secondaria e sicura si dirige da lui. Con poche parole e uno sguardo comprensivo riferisce incolore a Marco che non c'è stato nulla da fare.
    L'accordo dei violini frena di colpo la sua melodia. Marco si volta e comincia a correre.
    Salta sulla sua auto, quella vecchiotta. Quella che fu spesso causa di litigi con il padre, perchè Marco pretendeva un modello più nuovo ma nè lui nè il padre potevano permetterselo. Sfreccia via e accende la radio. Inutili canzoni d'amore decidono di disturbarlo e quindi spegne.
    Non c'è molto da fare, corre e piange. Rischia un paio di volte di fare un incidente ma non gli importa, ormai non ha più nulla da perdere. Attraversa per ore strade sconosciute finchè non si fa sera. E' stanco e ha quasi finito la benzina. Si ferma in una strada provinciale e scende dall'auto. Respira forte e asciuga le sue lacrime, fa qualche passo e scova tra gli alberi un ruscelletto. Si siede e comincia a capire di dover stare calmo. Si sdraia e fissa le stelle in cielo, si chiede sconsolato se il padre si trovi già lì a guidarlo. Non si muove da quella posizione che lo rassicura, che lo rinchiude in una bolla lontano dai pericoli.
    L'unica compagnia è l'acqua del ruscello che scorre piano piano, goccia dopo goccia.
    Lentamente si fa mattino e Marco, che non ha mai chiuso occhio, sente delle voci allegre avvicinarsi. Si siede sul terreno scivoloso e da lontano vede i rami di alcuni alberi scostarsi. Ad avvicinarsi è uno spettacolo che logora Marco.
    Una bella donna raccoglie i capelli in un foulard colorato e in braccio tiene un piccolo bimbo vestito d'azzurro. Dietro di lei, un uomo tiene con una mano una deliziosa bimba in gonnella e con l'altro un cesto da pic nic. Probabilmente la loro colazione.
    Marco nota i sorrisi su ogni singola bocca di quegli esseri che gli sembrano così lontani da lui. Quel quadro i suoi occhi blu non l'hanno mai visto in casa sua.
    Adesso Marco sa che deve decidere se prendere in mano le redini della sua vita oppure lasciarsi andare. Si sente in gabbia e nel frattempo così libero da tutti e da tutto.
     

     

    Ha paura, ma gli occhi blu della madre e lo spirito guerriero del padre gli faranno compagnia ogni singolo giorno. E lui sarà guidato verso un porto sicuro.